Gli Antipatici - Oriana Fallaci intervista Anna Magnani
MAMMA TRAGICA, di Oriana Fallaci ultima modifica: 2016-06-29T18:38:28+00:00 da Laura Finocchiaro

Fra tutte le attrici che conosco Anna Magnani è la sola che dopo un articolo spedisca a colui che l’ha scritto un telegramma di ringraziamento. Sicché non comprendo perché la descrivano maleducata e superba, o la dipingano una popolana che si nutre di parolacce e fagioli. Per me è una signora: con la quale mi son sempre trovata benissimo.

Che sia una signora del resto lo si intuisce dalla casa in cui vive: all’ultimo piano di Palazzo Altieri, in un appartamento pieno di cose antiche, libri, quadri d’autore, e così chiuso in un silenzio di acquario che perfino i suoi cani e i suoi gatti si muovon lì dentro con la lievità e il frusciare dei pesci.

Una popolana o una donna maleducata e superba abiterebbe in una villa con la piscina e il jukebox. Risponderebbe alla pubblicità con pernacchie.

Accanto al suo appartamento v’è quello del figlio, un bel giovanotto di quasi vent’anni e la spina più grossa che essa porti nel cuore: fu colpito, lo sanno ormai tutti, da poliomielite e cammina con gli apparecchi ortopedici. Sono stata molte volte in casa della Magnani e non ho mai visto suo figlio che mi dicono ombroso, raro al sorriso.

Ogni volta però la presenza di lui è stata reale e pungente come se fosse entrato e si fosse seduto sul nostro divano.

Qualunque cosa dica, la Magnani finisce col parlar di suo figlio; qualunque cosa faccia, finisce col ricordare suo figlio. Egli è il metro di misura della sua vita, la condizione della sua vita, lo scopo della sua vita. La Magnani fa un film? Vuol dire che le servono soldi pel figlio. Non lo fa? Vuol dire che resta vicino a suo figlio. Ed io credo che sia per suo figlio che teme tanto i malanni, odia tanto la morte.

La odia come una persona da uccidere, cupamente, disperatamente, non riesce ad accettarla come logica e inevitabile conclusione del viaggio iniziato nascendo. «È così ingiusto morire dal momento che si è nati» mi disse.
Insieme alla morte, la Magnani odia il suo prossimo. Credo che i suoi amici si contino sulle dita di una mano e che gli uomini da lei amati siano pochi: certo, non quanti si dice.

La Magnani non crede all’amore che non sia amore materno; non crede ai legami che non siano legami di sangue: quelli appunto che uniscono alla creatura da cui ci staccò il taglio dell’ombelico ma sul suo ventre rimase, come una cicatrice, un bel buco. Su questo amore si esprime con una tenerezza che scotta, sull’altro amore si esprime con risate di scherno che le scoprono i denti forti, da fiera, e le spalancan la bocca fino alle tonsille.
L’amore pei figli è perpetuo, l’amore per gli uomini che ci portano a letto finisce: «… e quando finisce si piagne un po’ ma poi passa».
Il cinismo è, insieme al disprezzo, la sua grande forza. Perfino quando è buona lo è con cinismo, perfino quando è generosa lo è con cinismo: sapendo cioè che non ne vale la pena e non si sarà ricompensati per questo né in cielo né in terra. Nessuno è meno amato del benefattore, o di chi si lascia andare al perdono. E il cristianesimo è giunto a lei come una filosofia da pigliar con le molle. «Iddio è coscienza». Nient’altro che coscienza.

La mia intervista con la Magnani avvenne un pomeriggio che era malata ad un dente. Il dente le aveva procurato infezione, l’infezione le aveva gonfiato una guancia, e sembrava Totò: sarebbe inesatto affermare che era bellissima. Non lo è mai stata: con quel corpo fragile e breve, quelle gambe magre e denutrite, quel viso segnato, da uomo.

Del resto anche i suoi gesti erano bruschi, da uomo, e anche il suo abbigliamento: pantaloni e golfaccio; il golfaccio era ricucito in due punti.

Parlando si copriva con una mano la guancia e mi spalancava addosso quegli occhi tremendi. Sedeva o meglio stava raggomitolata come una bestia che ha freddo su una grande poltrona e poi, di colpo, si alzava, si metteva a camminare su e giù, si inginocchiava per terra. Le sue frasi erano disordinate, i suoi pensieri salivano dal fondo del ventre.

Nel salotto era buio, nessuno venne mai a disturbarci. Quando non ci fu più nulla da dire volle riascoltarsi. Con abili gesti fece scorrere il nastro all’indietro, pigiò i bottoni, e mentre la sua voce riempiva la stanza esplose in una sprezzante risata. Rise, sprezzante, per tutto il tempo che la sua voce parlò.

È insolito ciò che mi accade ogniqualvolta la incontro, signora Magnani: una gran curiosità di parlarle finché mi preparo a vederla e la sensazione di non aver più nulla da chiederle non appena me la trovo davanti. Quegli occhi cupi, quei denti feroci, quell’aria da uccello ferito che non sa dove sbatter le ali… Sono le ali e i denti e gli occhi della donna più misteriosa e più chiara che la mitologia del cinematografo abbia inventato. I suoi ninnoli, i suoi gatti, i suoi cani, la sua immutabile tristezza mascherata di vivacità… Provai la medesima cosa la prima volta che la intervistai in questa medesima stanza: lei è come un libro già scritto. Tanto più incomprensibile quanto più si rilegge: ma scritto.

Oddio! Non è mica venuta a farmi un ritratto tragico, deprimente? Proprio oggi che sono contenta, che ho avuto un rimborso dall’ufficio tasse, che mi sento piena di sbalordimento per la loro umanità e la mia bravura… Sì… tre milioni e settecentomila lire di arretrati… mi stavano ammazzando, massacrando, ma io ho studiato per due mesi il problema, e perché ti impongono questo, e perché ti levano quello, e i corsi, i ricorsi, l’anno solare, poi sono andata ad affrontarli da sola, come Daniele nella fossa dei leoni, senza nemmen l’avvocato… Ah, che spettacolo quei volti pallidi, quelle pupille piangenti, da animali braccati! Sembrava un capitolo de Il processo di Kafka, ad uno sportello c’era una vecchina che si batteva per cinquemila lire, cercava di convincere l’impiegato che lei non poteva, io ho urlato. «Non la possiamo aiutà?»

E questa ironia dolorosa, la costante amarezza con cui guarda il mondo, la capacità a trasformare in dramma metafisico perfino il modulo della Vanoni…

Ma che vole? Che dice? Ma se me sento come una lucertola al sole?! Ma cos’è questo presentamme a ogni costo come una Elettra chiusa, solitària, delusa?
Come ve lo devo spiegà che sò allegra, che ho la ruzza, che rido, che esse la Magnani me diverte da morì, e gongolo tutta se la gente me riconosce per strada, se il vigile urbano dice continuando a dirigere il traffico: «Ciao, Nannarè»?! Mò me fa anche parlà romano, me fa.

Insomma: è la stessa storia di quando la gente si meraviglia perché la mia casa è piena di buongusto e di libri. Ma quante volte ve lo devo spiegà che non son stata raccattata per strada, che ho fatto fino alla seconda liceo, che ho studiato pianoforte otto anni, che ho frequentato l’Accademia di Santa Cecilia?… O come quando sostengono che sono nata da padre egiziano in Egitto.

Ma io son nata a Roma, da madre romagnola e padre calabrese, se non ci crede le do il certificato di nascita, in Egitto mia madre ci andò dopo che m’ebbe avuta. Aveva diciott’anni, non era sposata e a quell’epoca era uno scandalo, così andò in Egitto e io restai con la nonna: qui a Roma. Perché non c’è nessuna vergogna, sia chiaro, a ripetere che io non ho il nome di mio padre, ho quello di mia madre, che mio padre non l’ho conosciuto, di lui so solo che è calabrese. E allora perché mi vogliono a tutti i costi egiziana?

Va bene, signora, va bene. Scriverò che è romana. Si calmi. Parliamo d’altro. Si calmi. So che va a Parigi, a girare un film con Autant Lara.

E poiché S’agapò, con Rossellini, non si fa più… Non si fa più e ne son felicissima. Cosa vuoi che le dica? Io, con Rossellini, ci ho lavorato meglio che con qualsiasi altro regista. Quando preparava una scena era sempre la scena che avrei girato al suo posto. Eppure, quando una qualsiasi ragione mi allontana da Rossellini, tutto comincia ad andarmi bene ed io ne esco come una miracolata. No, non per quello che crede, mia cara: non è rimasto alcun piccolo segno in me di Rossellini, io non permetto che mi si lascino segni.

E a questo punto, visto che il nome s’è fatto, parliamoci chiaro. Da anni voi giornalisti continuate a parlare del mio folle amore per Rossellini, ma vogliamo dire la verità? Era Rossellini che mi stava addosso, che non mi lasciava vivere. Non io che correvo appresso a lui. Se quel folle amore fosse esistito anche in me, avrei saputo mantenerlo, sia certa, non me lo sarei lasciato scappare. Rossellini, poi, può rispondere quello che vuole. Dice tante cose, Rossellini. Tempo fa ha dichiarato perfino di non aver mai rivisto, mai, Roma Città Aperta e Paisà: e li aveva rivisti un mese prima con me in un cineclub. Oddio! Non vorremo mica parlar dell’amore?

Chi oserebbe, signora Magnani? La pelle mi è cara e accanto a lei non la sento mai molto al sicuro: so benissimo che poche attrici sono use a difendere con altrettanta violenza la propria vita sentimentale e privata. Del resto, non è lei che pronunciò tempo addietro la frase: «L’amore è una cosa che mi disturba tanto. L’amore è un girare a vuoto e alla fine non ti resta nulla in mano»?

Quello l’avrò detto in un momento di depressione: l’amore in sé, finché dura, non mi disturba affatto. Da coraggio, da sicurezza, fa trascurare le cose senza importanza. Io ci credo.
È al grande amore che non ho mai creduto. Mi citi l’esempio di un grande amore, uno vero, con nomi, cognomi, indirizzi, non uno della leggenda, e ci crederò. Vede? Sta zitta.

I grandi amori, cara mia, non esistono: son fantasie da bugiardi. Esistono solo piccoli amori che durano un periodo di tempo più o meno breve. Per questo, tutte le volte che io ho amato un uomo, non me la sono mai presa troppo. L’ho amato, son stata gelosa perfin delle mosche, ma sapendo che doveva finire. E quando finisce… si piagne un po’, ma poi se ne esce. Passan due mesi, tre mesi, lo ritrovi per strada, e ti sembra impossibile aver sprecato il sonno e le lacrime dietro di lui. Puf.

È strano, signora Magnani: lei ha un carattere così virile, dice sempre di stimare più gli uomini che le donne, «perché io accetti una donna bisogna che essa abbia una dignità e un carattere quasi maschile», e poi parla come se avesse degli uomini una considerazione minuscola.

Guardi, non ne ho nessuna. Il fatto è che le donne come me si attaccano solo agli uomini con una personalità superiore alla loro: ed io non ho mai trovato un uomo con una personalità capace di minimizzare la mia. Le donne come me subiscono solo gli uomini capaci di dominarle: ed io non ho mai trovato nessuno che fosse capace di dominarmi.

Ho trovato sempre uomini, come definirli?, carucci. Dio: si piange anche per quelli carucci, intendiamoci, ma son lacrime da mezza lira. Incredibile a dirsi, il solo uomo per cui non ho pianto lacrime da mezza lira resta mio marito: Goffredo Alessandrini. L’unico, fra quanti ne ho conosciuti, che stimi senza riserve e al quale sia affezionata. Quando lo rivedo provo sempre una immensa tenerezza.

So che girerà una parte nel prossimo film di Alessandrini: senza farsi pagare e al solo scopo di facilitargli il ritorno in Italia, la realizzazione del film. Ciò è molto bello, assai generoso. La parte è una particina: sette giorni di lavoro, non più. È così piccola che non c’era neanche, all’inizio: è nata in sede di sceneggiatura del film. Però era una parte che andava bene per me e, siccome lui non osava venire ad offrirmela, gli ho detto: te la faccio gratis. Alessandrini è un ottimo regista e un uomo che è stato bistrattato ingiustamente. Dall’Italia manca da almeno quattr’anni, da quando emigrò in Argentina, ed ora che è tornato troverà innanzi a sé un muro di vetro: devo aiutarlo.

Non c’è più niente fra noi: anche se non siamo riusciti ad avere il divorzio, io vivo la mia vita e lui s’è rifatto una famiglia. Ma devo aiutarlo lo stesso perché se lo merita. Certo non furono rose e fiori, anche con lui. Lo sposai che ero una ragazzina e finché fui sua moglie ebbi più corna di un canestro di lumache. Non facevo che piangere, lamentarmi, vorrei sapere qual è la donna che sopporta stoicamente le corna; malgrado questo, però, v’è sempre stata in lui una così profonda onestà, una così profonda umanità, una così profonda eleganza.

Oriana mia: io dico le parolacce ma odio talmente la volgarità. Senza considerare, poi, che le parolacce sono un privilegio di pochi e non significano volgarità. In Alessandrini c’è sempre stata una assenza totale di volgarità: quella che nasce dal calcolo, dalla mancanza di comprensione, dal non saper perdonare. E… Dio! Ciò non è più dell’amore? A parte il fatto che questo strombazzatissimo amore non mi è più indispensabile, non ne ho più bisogno per vivere… Orià: cos’è quel sorrisino?

Nulla, per carità. Pensavo solo, signora Magnani, che lei non ha l’aria di amar molto il suo prossimo. Quando non ne parla con immenso disprezzo, ne parla con immensa pietà. Chissà se riesce ad avere gli amici.

Pochi. In un modo o nell’altro riescono sempre a ferirmi, o a tradirmi: ed esser traditi in amicizia è molto peggio che esser traditi in amore. Il mio prossimo… Io, per il mio prossimo, perdo un sacco di tempo, cerco sempre di fare del bene anche se non è un bene da monumento equestre: ma tutto sommato ci comprendiamo pochino.

Succede così raramente di incontrare una persona umana fra il prossimo. Son più umane le bestie degli uomini ed ogniqualvolta mi accorgo di questo mi viene una tal voglia di andarmene, ritirarmi in campagna, dove nessuno mi veda, tra i cavalli, tra i polli.

Davvero, sono sei mesi che mi cerco una tenutella in campagna, mi aiuti a trovare una tenutella in campagna. Ah!, che meraviglia non usar più le automobili, non sentir più la puzza, non subir più la gente, stamani in via del Tritone per poco non svengo, c’era un ingorgo, e quel fracasso di clacson, quella puzza di benzina, quella mancanza di aria…

Vuol dire, signora, che non considera come una sciagura l’eventualità di non far più l’attrice, di non esser più la Magnani: insomma una delle donne più note del mondo? Non ci credo.

Se non ci crede, perché è qui? Chiuda questo arnese che gira e se ne vada a spasso con un bel ragazzo. Se non ci crede, mi offendo: io non dico bugie.

Ma Oriana mia! Ma se non vedo l’ora di non far più l’attrice, di non esser più perseguitata dal mondo in cui vivo! La popolarità mi piace, l’ho detto. Embé? Chi me la leva se vo a stare in campagna? Della carriera che ho avuto son fiera. Embé? Chi me la leva, se pianto ogni cosa? Il cinema, cara, non mi piace più. Son passati i tempi in cui mi illudevo che fare del cinema volesse dire fare dell’arte: non sogno più.

Il cinema, oggi, è fatto di festival, di cannibalismo, di quell’idiozia che chiamano incomunicabilità, di quegli intellettuali che pretendono sempre di insegnare qualcosa e sottovalutano il pubblico dimenticando che il pubblico è composto, sì, di individui insicuri ma, messi insieme, questi individui insicuri diventano un miracolo di intelligenza. E l’intelligenza non sopporta d’esser menata pel naso dagli imbecilli che si mettono in cattedra.

Guardi: io del cinema penso quel che scrisse a dodici anni mio figlio sul giornalino del suo collegio in Svizzera: «Al cinematografo mi voglio divertire. Se poi, senza che me ne accorga, mi insegna qualcosa, tanto meglio».

D’accordo, d’accordo. Ricordo bene quando mi disse: «Io i cretini non li sopporto: meglio un mascalzone che un cretino. E non sopporto nemmeno gli intellettuali. Gli intellettuali son così raramente intelligenti. Molto spesso, l’intellettuale è una cosa, l’intelligente un’altra». Ma allora: perché sta sempre in mezzo agli intellettuali? E Tennessee Williams, il suo grande amico, dove lo mettiamo?

Tennessee è un bambino con una purezza da bambino ed una bontà sovrumana: un uomo intelligente prima d’essere un intellettuale. Quando sto con lui, mica parlo di cose intellettuali: parlo di cose normali, dei fatti nostri. Con gli intellettuali invece si parla sempre delle medesime cose: sono dei gran rompiscatole e mai generosi, mai propensi a perdonare, a capire, a imparare dagli altri.

Li ho frequentati, li frequento, è vero. Ma questo fa, anzi faceva parte del mio programma sbagliato di non vivere troppo isolata, di non fare il mostro sacro, di non avere cattivo carattere. Orià! È tutta la vita che mi tormentano con la storia che sono superba, arrogante, villana, sboccata: insomma che ho cattivo carattere. E «Anna questo non si dice», e «Anna questo non si fa»: dagli oggi, dagli domani, ho finito per crederci e tentar quello stupido tradimento di sé stessi che chiamano correggersi.

Mi dica: ma ho davvero cattivo carattere? Io direi che ha carattere. Tutta la gente di carattere ha cattivo carattere. La gente sbaglia sempre il rispetto di sé stessi e l’amor di giustizia per cattivo carattere. Si faccia pestare i piedi, subisca mortificazioni alla sua dignità, lasci gridare viva il duce, e diranno che ha buon carattere. Allora non ce l’ho. Per esempio: consideri la supposta ostilità con Marlon Brando quando girammo Pelle di serpente.

Marlon è buono, bravo, l’unico difetto in lui è che fa troppo il divo, sa di avere quel volto stupendo, magnetico, e non se ne dimentica mai. Io gli sono affezionata da morire, lo ammiro, ma un giorno che avevo il nervoso viene da me e incomincia a provocarmi. «Io lo so perché sei scura. Io lo so.» «Statte bbono, Marlon. Non sai un fico.» «Io lo so. Io lo so.» «Statte bbono.» «Io lo so.» «E cosa saiii?!?» «So che vuoi il nome in cartellone prima del mio». Gesù. Lo volevo ma non avevo il nervoso per quello e, se non mi avesse provocato, non lo avrei mai ammesso: c’è un tale orgoglio in me.

Ma lui me lo attizzò, questo orgoglio, e risposi: «Sì, voglio che in Italia il mio nome venga per primo.» «Perché?» dice lui. «Perché mi spetta.» «Perché sei ambiziosa» dice lui. «E tu che sei?».

Dopodiché me ne vado in camerino. Bene: ebbe il cattivo gusto e l’imprudenza di seguirmi in camerino a continuare la discussione. Scoppiò il mio cattivo carattere, pardon, buon carattere. «Questa cosa» gli dissi «io non te l’avrei chiesta e avrei aspettato che tu me la offrissi come un mazzo di fiori. Ma siccome non me l’hai offerta come un mazzo di fiori, io ti dico che sei un uomo volgarissimo ed un grosso cafone.»

Uscì bianco ed io ebbi ciò che volevo. Ah, se credono di fare su me un quadro patetico, si sbagliano. Io non sono una donna debole, sono una donna che sa quel che vuole, che lo ha sempre saputo. Niente mi è mai capitato per caso, niente: fuorché il successo di Roma città aperta e la fama di poi. Ero talmente convinta che per sfondare nel cinema ci volesse un bel faccino e occhioni azzurri… Insomma, son diventata «la Magnani» per caso: ma ora che lo sono voglio che si dica «la Magnani ha cattivo carattere».

Si dice, si dice. Anche se a volte io le ho visto fare la duchessa come la più insopportabile delle duchesse, si dice.

Lo facevo per divertirmi, per provare a me stessa che potevo recitare la parte della buona: ma che ci ho guadagnato? Brutti film, film sbagliati. Cominciai con Castellani a fare la buona: e il risultato fu Nella città l’inferno. Continuai con Monicelli a fare la buona: e il risultato fu Risate di gioia. Ed anche con Pasolini ho fatto la buona e il risultato è stato Mamma Roma, un film anche commercialmente sbagliato. E su chi cade la colpa di simili sbagli? Su me.

Nessuno ha mai dato la colpa a Marlon Brando se il suo film Desirée era un obbrobrio. Ma tutti danno la colpa alla Magnani se quei film son falliti. In Italia c’è uno strano sistema: quando il film viene male ne va di mezzo l’attrice. Si dimentica pure che io non sono un’attrice di mestiere, che riesco a combinare qualcosa solo quando son libera di far quel che voglio come uno scrittore quando scrive o un pittore quando dipinge, che non posso obbedire alla tecnica, devo inventare.

E poi mi hanno rotto le scatole con questi eterni ruoli di popolana isterica e rumorosa.

Potrebbe rifiutarli. Potrebbe far del teatro. Ho sempre pensato che lei sarebbe una splendida Lady Macbeth o una straordinaria Margherita Gautier. Invece tutte le volte che le capita di tornare al teatro si ritira come una lumaca nel guscio. Si direbbe che ha paura.

Paura l’avrà lei. E lumaca sarà lei: cara la mia ragazza. Se non faccio il teatro è perché il teatro si prende tutta la vita, e la vita per me è mio figlio e mio figlio mi preme più del teatro. Sono stata fin troppo tempo lontano da lui, per allontanarmi ancora.

Non dimentichi che da diciotto anni io sono l’uomo della famiglia e, se io me ne vado, chi ci pensa a questa famiglia? Quelle signore con il marito (e non glielo invidio, mi creda. Ih! Un marito! Che peso, che noia) possono dedicarsi anche all’arte. Ma io!, cosa vuoi ladymacbethare!

Prenda l’esempio di Madre Coraggio che dovevo fare a Broadway. Un anno e mezzo mi avevano chiesto, e lei sa cos’è Broadway. Bene: me ne andavo per un anno e mezzo lasciando mio figlio che studia, e ha bisogno di me? Mi portavo mio figlio a New York logorandomi tutti i giorni e le notti a pensare “dove sarà, cosa farà?“. Non lo so, non lo so. Ci sono donne che riescono a conciliare le due cose, famiglia e carriera, io non ci riesco. Faccia un figlio e poi veda se va in giro per il mondo quando le pare.

I figli son come i cuccioli: vanno tenuti vicini, curati, se si vuole che si affezionino. E se ci si riesce, senta: mio figlio ha un bel grugno, è sensibile, è buono, è intelligente… Vale tutte le carriere del mondo. Badi, però, che se mi fa fare la figura tutto zucchero e miele della mamma col cuore grande cosi, io la strozzo.

Non mi strozzerà. Non c’è zucchero, in lei, non c’è miele, e non sono affatto convinta che il suo cuore sia grande così. Nel suo universo c’è posto per così poche persone, oltre alla Magnani e a suo figlio.

Ah, sì?!? Ma senti questa pulce! Cosa crede che sia, allora? Un robot col cuore di plastica? Nemmeno per sogno.

È… è Anna Magnani. E Anna Magnani è ciò che mi disse lei stessa, a Venezia, sei mesi fa. Stava tutta raggomitolata sul letto, ricordo, spettinata come la Medusa di Benvenuto Cellini, accarezzava uno dei suoi gioielli, e mormorava: «La Magnani è un essere che non sopporto, che non mi piace. Vero è simpatica, mi fa tenerezza». Poi disse: «Io, quando prego…».

Sì, adoro i gioielli: ma per tenerli in mano più che per tenerli addosso. Ah, la sensazione che ti da un brillante quando lo tieni in mano! Sembra che ti buchi la pelle, che bruci, che respiri. Come avere in mano un pezzo di luna….

poi disse: «Io, quando prego, mi faccio tanta pietà». Lei prega davvero, signora Magnani? Senta, signora Magnani, le rivolgo una domanda che pongo spesso in queste interviste: lei è religiosa?

Procediamo con ordine. Pietà non me ne faccio mai: detesto la pietà, soprattutto verso sé stessi. Quella frase è di un’altra o se l’è inventata. Pregare, prego: eccome. Religiosa… sì, credo di sì. Senz’altro sì. Oddio: ci deve pur essere qualcosa più grande di me: un Dio buono che mi aiuta. Poi, sa: Iddio è la coscienza e io sono talmente in pace con la mia coscienza.

Di errori ne ho fatti parecchi, di cattive azioni mai. Non dimentico i torti subiti, spesso non li perdono, ma non mi vendico: la vendetta è volgare come il rancore. Questo mi da una tal forza da leoni. Una forza che non mi fa aver paura di nulla.

Di qualcosa avrà pur paura anche lei, signora Magnani. Di invecchiare, ad esempio. Non ha paura di invecchiare?

No, a condizione che non mi invecchi il cervello. Le grinze in faccia, sa, son sopportabili. Soprattutto se si è goduto abbastanza quando non c’erano. Ma le grinze al cervello, che orrore! Di morire, allora. Non ha paura, lei, di morire? Io sì, tanta. Ci penso sempre, alla morte.

È così ingiusto morire, dal momento che si è nati. Morire è finire: perché si deve finire? Un uomo dovrebbe finire quando decide di finire, quando è stanco, pago di tutto: non prima. Oddio, c’è una tale sproporzione tra la dolcezza con la quale si nasce e la fatica con la quale si muore. Nascere è quattro strilletti sani e gioiosi, morire è tragedia. Si dovrebbe almeno morire con la stessa dolcezza e incoscienza con la quale si nasce, E lo sa che le dico? Forse sarebbe più giusto nascere vecchi e morire bambini.

Gesù, che discorsi. Ora mi farà un ritratto tragico, deprimente. Ma io non sono una donna tragica, deprimente. Io sono… Orià: cosa sono?

Gliel’ho detto in principio: un libro già scritto. Tanto più incomprensibile quanto più si rilegge. Ma scritto.

Uhm! Boh! Mah! Sta roba da intellettuali! Orià: non faccia l’intellettuale, sia intelligente, ma che pensa di me?

Io penso… io penso che lei sia un grand’uomo, signora Magnani.

 

Oriana Fallaci
Intervista ad Anna Magnani. Roma, aprile 1963 

(tratta dal libro “Gli Antipatici”, di O. Fallaci)

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