Alfredo Giannetti: Correva l'anno di grazia 1870 - Magnani Mastroianni
ANNA MAGNANI LA DUSE DELLA TV ultima modifica: 2018-06-14T20:32:19+00:00 da Laura Finocchiaro
Ci eravamo dimenticati di avere in Italia una delle più grandi attrici del mondo. Adesso una serie di telefilm ha portato in tutte le case il volto fremente di “Nannarella”, che presto vedremo al cinema in un film con Mastroianni realizzato per la stessa serie “Donne italiane”.
“Sarei lusingata di aver avuto gli stessi indici di gradimento di Mike Bongiorno”. “Perché dovrei girare le pellicole che vengono a propormi? Ripetono fino alla nausea sempre gli stessi temi”. “Il mio è un mestiere da matti, una faccenda nel complesso piuttosto squallida. Recitare non è necessario”

Roma

Anna Magnani non lavorava più (rifiutava le offerte che le facevano) da alcuni anni, viveva appartata, anzi “dimenticata”, come dice lei stessa, non per civetteria e nemmeno con dispetto, ma con sincera umiltà, perché umiltà e timidezza sono le caratteristiche salienti di questa grande attrice che vedemmo superbamente aggressiva sullo schermo e in palcoscenico.

Ora è apparsa per la prima volta in un programma televisivo, come protagonista di tre storie («Tre donne») che Alfredo Giannetti ha ideato e realizzato apposta per lei. Ha avuto un successo enorme il cui significato e valore vanno oltre i pur altissimi indici di gradimento, ha dato una forte emozione ai telespettatori, anche a quelli che in genere si appagano dei distensivi programmi di quiz e di canzoni.

Non si aspettava d’essere sommersa da valanghe di calorosi e affettuosi messaggi da parte di anonimi telespettatori e di colleghi famosi. Anche all’estero, si sa, hanno di lei altissima opinione; per esempio Grace Kelly, che fu attrice e vinse un Oscar prima di diventare principessa di Monaco, è del parere che la Magnani rappresenti «come donna e come attrice un fatto veramente sensazionale».

E Burt Lancaster, che le fu partner nel film “La rosa tatuata“, dice: «È la migliore attrice con la quale ho lavorato». Mentre Jack Lemmon, che non ha mai avuto il piacere di lavorare con lei, deve limitarsi a dire: «È la più grande attrice che ho visto».

L’altra sera è stata ospite d’onore al teatro Sistina per l’annuale assegnazione delle Maschere d’argento, cosa di per sé piuttosto banale perché di Maschere d’argento se ne distribuiscono ogni anno a palate e meno male che a lei l’hanno data d’oro: assolutamente fuori dal normale è stato invece il comportamento del pubblico (artisti e bella gente) che al suo apparire le ha tributato un applauso tanto sincero e commosso («Nannarella sei sempre tu, sei unica, stupenda, ti vogliamo bene», s’è udito gridare) che molti poi si sono trovati con gli occhi lucidi.

Alfredo Giannetti: Correva l'anno di grazia 1870 - Magnani MastroianniC’è chi ricorda una cosa del genere (ma bisogna sia uno spettatore non minore di anni settanta) quando giusto mezzo secolo fa Eleonora Duse tornò trionfalmente in teatro, dopo essere rimasta per parecchi anni lontana dalle scene.

E si direbbe che Anna Magnani abbia oggi dagli italiani proprio quel particolare tipo di ammirazione imbevuta di affetto che Eleonora Duse ebbe nell’Italia dannunziana (tutt’altra cosa dall’ammirazione asciutta di cui usufruirono o usufruiscono tante altre brave e belle attrici.

Il fenomeno non è di facile spiegazione e fors’anche opinabile, ma la più acuta indicazione è forse in questo sintetico giudizio di Carlo Lizzani: «Con “Roma città aperta“, la Magnani, attrice tragica, diede un volto all’Italia» (e questo in un periodo amarissimo, nell’immediato dopoguerra, quando l’Italia era davvero senza volto, non aveva neanche gli occhi per piangere se vogliamo dirlo poeticamente; o diciamo addirittura che aveva perduto la faccia?).

Anche Alfredo Giannetti è partito dalla considerazione che «se si dovesse scegliere un’attrice per dare un volto alla donna italiana, o diciamo più propriamente italica, cioè a una idealizzata immagine femminile che delle donne italiche riassuma in sé tutti i caratteri più autentici e la passione e le tribolazioni, quell’attrice, pur fra le molte che abbiamo, non potrebbe essere che Anna Magnani».

E poiché aveva in mente una serie di storie italiane ambientate in varie epoche, ma tutte aventi a protagonista una donna in disperata lotto contro una certa condizione sociale, ha interpellato Anna Magnani e proprio su misura per lei ha poi ideato e realizzato questi film per la televisione.

Grazie alla televisione e a Giannetti, Anna Magnani, che si considerava “dimenticata”, ha avuto ora un improvviso e vasto rilancio di popolarità.

In passato fu ben nota la sua caparbietà nel rifiutare interviste e la sua abilità nell’evitare incontri con giornalisti. Ma ora è colta di sorpresa e si arrende, ci accoglie in casa con un vago sgomento ma con estrema cordialità e cortesia.

La sera innanzi alcuni amici hanno voluto farle festa e Luchino Visconti l’ha convinta a trangugiare un bicchierino di grappa versato da una bottiglia che conteneva una grossa pera. Dimenticando completamente il tema dell’intervista si finisce per discutere questo problema dell’enorme pera nella bottiglia dal collo sottilissimo.

Richiesto del mio parere dichiaro che a mio avviso il sistema più razionale per ottenere quel risultato è quello di “fabbricare” le bottiglie attorno alle pere, faccio anche uno schizzo, pere che scorrono su una catena di montaggio e le due metà di una bottiglia che si uniscono e si saldano imprigionando la pera.

Ma Anna Magnani dice di sapere per certo che le pere vengono infilate nelle bottiglie quando sono piccolissime, poi lasciate là a maturare, nelle bottiglie legate al ramo soprastante.

«Ecco, vede, dicono che coi giornalisti sono scorbutica, mi sono attirata tante antipatie, ma mica è vero che non mi piace parlare coi giornalisti, anzi, ci parlerei delle ore, perché sono simpatici, se si trattasse di discutere il problema delle pere, o tanti altri argomenti, ma quando cominciano a chiedermi perché non faccio questo e perché faccio quello, se mi considero più o meno brava di quella certa attrice, se dovendo interpretare il ruolo di Giulietta preferirei avere come Romeo Massimo Ranieri o Aldo Fabrizi, insomma cose così, alle quali non so rispondere, ecco, io mi sento male, ma proprio male, così passo per scorbutica, mentre sono soltanto spaventata. E adesso anche lei comincerà a interrogare, tenterà di farmi dire…»

«Niente… avrà sentito l’altra sera al Sistina il pubblico come si sgolava a gridare che lei è bravissima, unica e insostituibile.»

«Ho sentito, sì, ma lo vuol sapere?, ho paura che a furia di sentirmelo dire un giorno o l’altro finirò per crederci…»

«Perché? Ancora non ne è convinta? Eppure molti critici fra i più autorevoli, in Europa e in America, non hanno dubbi, citano lei come-la più grande attrice vivente.»

«Sì, ma a quelli, chi gli dà retta? Magari lo dicono ma non lo pensano, lo scrivono solo per essere gentili.»

«Guardi che l’ipotesi della gentilezza e della galanteria proprio non sta in piedi: mentre sono gentili con lei, sono screanzati con un centinaio almeno di brave attrici, le quali fermamente sono convinte di meritare il titolo che quei cafoni dei critici hanno gentilmente attribuito a lei.»

«Boh, anche questo è giusto, chi ci capisce più niente in questo mondo matto? Cos’è vero e cos’è falso? Cos’è giusto e cos’è sbagliato?»

«Piuttosto, mi dica, non si sente offesa e mortificata apprendendo che gli indici di gradimento che sono stati raccolti fra la massa dei telespettatori la mettono quasi all’altezza di Mike Bongiorno

«Offesa e mortificata? Vorrà scherzare, ne sarei lusingata, se fosse vero; io sono d’accordo che “Rischiatutto” per molti aspetti è la trasmissione più seguita, piace da matti anche a me, con quei concorrenti che sono dei mostri, sanno tutto, ricordano tutto, non ne perdo una puntata. Del resto a me le trasmissioni televisive piacciono tutte. Chi me lo fa fare di uscire di sera per andare a vedere quelle schifezze di film che si vedono al giorno d’oggi nei cinema, quando posso guardarmi la televisione stando comoda in poltrona a casa mia?»

«È dunque una scelta, preferisce lavorare per la televisione che fare dei film.»

«Magari, ma il fatto è che io non riuscirei mai e poi mai a lavorare in una vera trasmissione televisiva, tutti i movimenti calcolati al millimetro… Io in teatro andavo per il palcoscenico come un cavallo matto, ogni sera cambiavo gesti e posizioni, ma in televisione ci vuole una disciplina che io non riuscirei mai a impormi. Invidio molto gli attori televisivi, tutti sono bravissimi, quelli del romanzo sceneggiato “E le stelle stanno a guardare”, per esempio, prodigiosi, ha visto Andrea Checchi? E la Guarnieri, deliziosa. Anna Miserocchi, poi, che brava, come la invidio. Questa sera è la vecchia del romanzo sceneggiato, domani sera la vediamo magari affascinante e giovane signora in “Casa di bambola” di Ibsen, e sempre coi piedi posati esattamente sui segni fatti col gesso…»

«Certo, anche a me piace molto Anna Miserocchi, ma lei dimentica che ha conquistato i telespettatori interpretando, in tre domeniche successive, tre personaggi diversissimi, in maniera superba…»

«Ma quei lavori li abbiamo fatti col metodo del cinema, il solo guaio è che Giannetti è troppo bravo, in sedici settimane abbiamo fatto quattro film, nessun altro regista ce l’avrebbe fatta in meno del doppio: però è stato terribile, per me, finito un film, entrare nel personaggio del successivo, con appena quattro giorni di sosta, per pensarci su.»

«Ma allora?, niente televisione, il cinema pare non gode più la sua stima…»

«Ma li vede i film che si fanno? Ripetono fino alla nausea sempre gli stessi temi, prima l’orgia del western, adesso il sesso, senza un minimo di buon gusto. E che dovrei fare i film che vengono ancora a propormi? Siccome una stupida leggenda vuole che io sia quella che dice a tutti “E va’ a morì ammazzato”, tempo fa mi proposero di fare un western intitolato “Arriva Annarella, ehi Gringo, va’ a morì ammazzato”. Ho detto di no, pensa che ho fatto male? Adesso li fermo: alt, inutile fare la proposta, perché io non accetto di apparire completamente nuda in un film, e oggi, si sa, qualunque attrice deve farlo, almeno in una sequenza. Io no, rifiuto di farlo, e non chiedetemi perché, non sono una moralista, no, semplicemente sono freddolosa, temo di prendermi un malanno. Così se ne vanno, senza illustrarmi diffusamente il film che erano venuti a propormi. Non, temo che film non ne farò mai più.»

Effettivamente il cinema italiano non ha trattato Anna Magnani secondo i suoi meriti; film veramente degni di lei ne ha fatti pochi: “Roma città aperta” di Rossellini, “Bellissima“, che se non è il capolavoro di Visconti poco ci manca, poi “Mamma Roma” di Pasolini, “La carrozza d’oro” di Renoir. “La rosa tatuata” che le fece vincere l’Oscar è stato girato a Hollywood. Il resto non merita d’essere ricordato, anche se lei è riuscita quasi sempre a salvarsi, anche nei film più insulsi. Comunque il cinema italiano s’è liberato di lei con troppa fretta: era considerata una che non fa cassetta.

Ora gli esercenti stanno rivedendo la loro vecchia opinione. Dalle statistiche è risultato in modo inconfutabile (e i bollettini cinematografici ne hanno preso atto) che le domeniche in cui andava in onda uno dei film interpretati dalla Magnani gli incassi delle sale cinematografiche all’ultimo spettacolo, che è il più importante, diminuivano in modo sensibilissimo dovunque: perché la gente preferiva vedersi la Magnani in televisione, quindi la Magnani ora può fare cassetta. È ciò che sapremo fra alcuni mesi.

Giannetti ha girato quattro film della serie che s‘intitolava “Donne italiane”, uno è stato escluso dal video per accordi di produzione precedentemente stipulati: sarà immesso nel circuito delle sale cinematografiche, appunto fra qualche mese.

Solo dopo due anni di sfruttamento passerà in proprietà alla televisione. Si tratta del film intitolato “1870“, nel quale la Magnani ha come partner Mastroianni.

Alfredo Giannetti: Correva l'anno di grazia 1870 - Anna Magnani Marcello MastroianniÈ la storia di una famiglia di poveri operai nella Roma papalina, proprio al tramonto del potere temporale. ll marito, Marcello Mastroianni, viene incarcerato per attività sovversiva, la moglie deve duramente lottare per non far morire di fame suo figlio. Poi arriva la sospirata liberazione, la breccia di Porta Pia. Ma le gloriose gesta che i patrioti sognavano non ci sono, tutto si risolve in un burocratico cambio di poteri e i delusi già prevedono che tutto resterà come prima: solo le mogli dei detenuti politici agiscono, assaltano il carcere e liberano i mariti.

Anche Anna Magnani libera suo marito, il quale però era già gravemente ammalato e muore, convinto che la caduta del potere temporale del papa sia avvenuta veramente in gloriose circostanze e sia foriera di un luminoso domani. Sua moglie lo aiuta a morire nell’illusione, raccontandogli fatti eroici e nobili in realtà mai accaduti.

«Un brano in cui Anna Magnani è di una bravura inimmaginabile — dice Giannetti —. Nessuna attrice al mondo avrebbe saputo fare il miracolo che fa lei in questa sequenza.»

Se il film, com’è probabile, avrà vasto successo di pubblico, il cinema italiano scoprirà “finalmente” Anna Magnani, i migliori cervelli saranno mobilitati per inventare storie con personaggi femminili fatti su misura per lei, forse una vera carriera di attrice cinematografica l’attende, grazie al successo che ha avuto in televisione.

«Boh, — dice Anna Magnani —. Ci credo poco e neanche m’importa; un tempo ci mettevo una passione folle, in questo mestiere, ero ispirata, anzi invasata, o solo illusa, o tonta. È un mestiere da matti, ora l’ho capito, una faccenda nel complesso piuttosto squallida, che mi attira sempre meno. No, recitare non è necessario, vivere e fregarsene è necessario, recitare non è necessario.»

Nell’immediato dopoguerra, Anna Magnani, ha ragione Lizzani, diede un volto all’Italia: un volto tragico, eppure fremente di vitalità, di ardimento, di orgoglio.

Ora Anna Magnani ha il viso composto in una rassegnazione appena un poco ironica, il viso di chi non si aspetta più niente di buono, ma nemmeno si preoccupa più che tanto della baraonda che le gira attorno: insomma, il suo volto continua ad essere il volto dell’Italia.

L. C.

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